venerdì 4 maggio 2012

Scuse, realtà e clessidre

Solitamente, quando mi fisso su qualcosa, non c'è modo di distogliere il pensiero finché non riesco a risolverla.
Vedo per strada una persona che mi sembra familiare ma che non ricordo dove potrei averla conosciuta? Passo i giorni a scervellarmi sul luogo e sull'occasione in cui l'ho incontrata.
Non riesco a ricordare il nome di un autore o di un attore? Corro a cercare qualsiasi indizio che possa aiutarmi a risvegliare in me una qualche scintilla consapevole.
Con i libri non mi succede quasi mai, ma quelle poche volte che capita diventa quasi una sconfitta per me. Soprattutto per quelli che mi hanno appassionato: se mi ricordo una storia, un personaggio, è perché il libro mi ha entusiasmato a tal punto da essere forgiato nella mia mente, indelebile. Se invece ricordo pochissimi o nessun particolare, significa che la narrazione mi è scivolata addosso senza provocarmi alcuna emozione.
Ma non è sempre così. Sarà perché starò invecchiando (eh, eh...i miei poveri acciacchi da ventitreenne si stanno facendo sentire!) ma l'altro giorno mi è passato nella memoria un flash, un estratto di un libro sepolto in chissà quali meandri della mia testa.
Rileggendo per caso "Cime tempestose", mi è ritornato alla mente questa scena: il libro che non ricordo parla di tre ragazzi di cui uno, il co-protagonista, salva un gatto investito da un'auto solo tenendolo in braccio per alcuni giorni di seguito. Poi questo ragazzo finisce in coma e i due amici si danno il turno per fargli compagnia. Il più "bulletto", per fargli sentire ancora di più la sua vicinanza, nonostante lo trovi ridicolo, gli legge Cime tempestose, il libro preferito del ragazzo in coma.
Se questa scena, nonostante sia rimasta sepolta per anni, è riuscita a ritornare alla luce, significa che nel tempo in cui l'ho letta ha rivestito un ruolo importante per me.
Capirete bene quindi come mi senta frustrata, visto che non riesco a ricordare né i nomi dei protagonisti, né il titolo del libro!
Ho cercato dappertutto, è da una settimana che penso e ripenso senza sosta ma niente, non riesco a ricordare.
Lo ripeto, forse sarò eccessiva, ma è come una sconfitta per me.
Sento che mi sto lasciando troppo assorbire dalle cose che non sono importanti, mentre sto tralasciando quelle che per me da sempre hanno significato.
Ciò riguarda la stessa azione del leggere, dello scrivere. Non trovo più tempo o forse non voglio trovare tempo e mi invento delle scuse assurde. Certo, la seconda opzione sarebbe ben più peggiore.
Studio, tirocinio, esami, concorsi, lezioni, studio, tirocinio, esami...
Alla fine della giornata mi sento spoglia. Mi sembra di non aver fatto niente d'importante. E per alleviare questo sordido senso di colpa, mi rilasso leggendo libri letti e straletti, guardo serie tv per niente originali, vago su internet alla ricerca di chissà cosa. Solo per far riposare la mente. 
Ma intanto la sabbia della clessidra scende continua ed io mi sento terribilmente in ritardo. In ritardo per cosa? Bella domanda. Per i miei sogni.
Un anno fa mi sono letteralmente arrabbiata con me stessa. Non trovavo più il tempo di scrivere e il tempo passava senza che riuscissi a giostrarlo come desideravo, almeno in parte. Ho detto alla mia famiglia: "Finita l'università voglio prendermi un anno sabbatico in cui m'impegnerò solo a scrivere, in cui mi metterò alla prova per vedere se riesco a portare avanti il mio sogno o se ormai è diventato solo un capriccio infantile."
Hanno accettato ed io mi sono sentita felice. Non hai più scuse, mi sono detta orgogliosa.
Ma ora mi vengono i sensi di colpa. Quando avrò finito, me la sentirò davvero di prolungare il peso economico che comporto sulle spalle dei miei genitori, soprattutto nella situazione in cui ci troviamo, non solo come paese ma come comunità intera?
Non lo so.
Dubbi, domande senza risposta e indecisioni. Desideri, voglia di provare, ribellione.
Io. Gli altri.
Tanti fattori da tenere in considerazione. Intanto...per ora continuo per la mia strada.

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